ANCORA INCAZZATA CON IL MONDO, TORNA LOREDANA CON LA SUA CREATURA BABYBERTE’  E RACCONTA DELLA MUSICA (ANALOGICA!), DELL’AMORE DI GIULIETTA E ROMEO E DI QUEL VIAGGIO A NEW YORK CON PELE’, FELLINI E I SAVOIA. LA STORIA DI UNA VITA A COMBATTERE CONTRO I PREGIUDIZI E…. LA VOGLIA DI CIOCCOLATA.

 

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TERZA PARTE - LE MILLE LUCI DI NEW YORK - La foto con Andy Warhol che c’è nel libretto del disco quando l’avete scattata? “Fra i tanti viaggi che ho fatto, un anno sono stata a New York. Ho preso in affitto la casa dei Fiorucci per cui facevo spesso da madrina per le inaugurazioni dei loro negozi. Sotto al 18esimo piano c’era Antonello Marescalchi, famoso inviato del TG. Tutti i giorni passavo alla Factory: a forza di cucinare cene e spaghetti per Andy Warhol  i suoi amici eravamo diventati amici. Il giorno che Andy ha visto uno scolapasta mi ha chiesto:Cos’è?. Si chiama scolapasta, gli ho risposto. Lui mi guardava perplesso come se avesse un punto interrogativo stampato in faccia. Poi ha mandato due dei suoi e gli ha detto: Guardate bene Loredana come fa la pasta, così imparate. Io ho preso e sono andata da Bloomingdale a comprargli le pentole, compreso lo scolapasta”.

Lui che tipo era? “Fantastico. Era convinto della teoria del caos. Quando le ali di una farfalla sbattono a Pechino qualcos’altro succede dall’altra parte del pianeta”.

Perché eri andata a New York? “Alla fine degli anni settanta, mi sono presa un anno sabbatico e mi sono iscritta a una scuola di inglese, alla Berlitz, sulla 42esima. Nell’aula vicino c’era il corso di spagnolo e lo frequentava Pelè. Mi ricordo che portai la maglia numero 10 al barista della CGD (la casa discografica, nda) in Italia. Poi arrivò Mariangela Melato che doveva fare un film con Ryan O’Neal che si chiamava Jeans dagli occhi rosa. Era fidanzata con, mi pare, Recalcati, un artista molto famoso là che faceva solo mani. Una sera mi ha invitato a uscire con lei, ma non mi ha detto dove andavamo, perché sapeva che non ci sarei andata. Siamo andati in un palazzo tipo il Dakota Building (la tipica residenza di lusso newyorkese, dove tra l’altro viveva John Lennon e davanti alla quale è stato assassinato) e chi mi viene ad aprire? Vittorio Emanuele di Savoia. C’erano camerieri con i guanti bianchi che ti passavano veloci davanti con vassoi di pasticcini che tu per prenderne uno dovevi fregarlo al volo. Per non sentire loro due che parlavano e lei che ogni tanto mi dava dei calci, mi sono appartata. Ho trovato un divano con davanti una parete intera di cristalli liquidi. Era una televisione. Cercavo il telecomando. Dopo mezz’ora ho chiesto al maggiordomo e lui: Sua Altezza dice che ce l’hanno rubato. Ma lo sai che in Italia c’è la Repubblica e tu dovresti stare in galera? Gli ho fatto io. Mi sa che questa serata è finita (cerca di riprodurre una R blasonata). Mi sa che non doveva nemmeno cominciare, ho risposto io. Ci siamo ammazzati dalle risate Mariangela non se l’è presa, però non mi ha invitato più a nessuna serata.

Come te la cavavi a scuola? Hai avuto problemi di condotta? Pelè mi mandava la limousine ogni mattina per andare a scuola. Dopo tre mesi di total immersion, con otto ore passate in una stanzetta di un metro quadro dove cambiavano solo i professori ho chiesto: A me non interessa imparare l’inglese da ufficio. Come si fa a rimorchiare?. E poi devo saper leggere i giornali, le insegne per strada, prendere la metropolitana, andare al Guggenheim. Ho trovato un professore disponibile e siamo andati a vedere The Rocky Horror Picture Show e poi al pub. Da allora c’è  stata la rivoluzione, perché in classe non ci voleva stare più nessuno. Così mi ha chiamato il preside della scuola e mi ha detto: lei l’inglese lo sa meglio di me. Le diamo il diploma. A quel punto ho capito che per imparare la lingua dovevo fidanzarmi con gli americani. Finora ero stata sempre con gli italiani. Da allora l’unico che ho continuato a frequentare era Lupo Rattazzi che si presentava regolarmente a pranzo e a cena. Il mio coinquilino si chiamava Leonardo Pastore, era il direttore generale di Fiorucci e quello che organizzava le inaugurazioni dove io presentavo. Siamo stati allo studio 54 e nei migliori locali di New York. Vivevamo in questo palazzo senza le mura, solo con le pareti di vetro. Io facevo le prove li con i pattini perché li al Roxy si andava solo con i pattini. Li mi incontravo con Federico Fellini. Mi ricordo che la Masina era impazzita per il quarantesimo piano dove c’erano le lavanderie. Erano venuti per Marcello Mastroianni che stava girando “Ciao Maschio” di Marco Ferreri con Gerard Depardieu. Solo che ogni volta che veniva Marcello dovevo prendere le confezioni giganti di Whisky. Fellini me lo sono portato in giro in tutti i posti più pazzeschi. Era entusiasta del Roxy dove se non avevi pattini non entravi.

Altri italiani per cui hai fatto un’eccezione? “Un altro italiano che frequentavo era Carlo Ponti Junior, il primo figlio del produttore. Mi chiedeva di cucinare per lui, ormai ero diventata la PastaQueen. A quel punto gli ho chiesto che mi desse in cambio. Le chiavi di Malibù. Allora mi consigliavo con le mie ancelle che erano la Ruspali (figlia di Dado che andava in giro con l’eschimo) e Stefania Casini, quello che è stata per anni la donna di Bertolucci. Eravamo in tre inseparabili. Poi c’era Federico De Laurentiis, il figlio di Silvana Mangano e di Dino, morto in un incidente aereo in Alaska nel 1981. Lui andava pazzo per i video musicali, che allora non esistevano. Un giorno ci da appuntamento alle 6 al Tea Room del Beverly Hills Hotel. Ci presentiamo in eschimo e in minigonna. Lui tardava e ci siamo messe a tirarci degli aeroplanini di carta perché il cameriere in livrea non ci faceva entrare. E’ arrivato lui. E’ sceso dalla limousine con i jeans, le scarpe da ginnastica e un giubbotto tutto massacrato. Ci ha chiesto perché aspettavamo fuori e il cameriere non sapeva come scusarsi. Le scuse non ci bastano  lo avevamo minacciato. Ogni giorno alle 6 ci presentavamo li conciate ancora peggio. La notizia della morte di Federico mi è arrivata un mese dopo che ero tornata in Italia. Mi ha distrutto.”

Quel periodo a New York è stato intensissimo. “Ho incontrato tanta gente e poi facevo anche dischi e tourneé . Insomma mi divertivo.”

Perché vivi in Italia ora? “Me lo chiedo tutti i giorni. E’ diventato uno Stato di Polizia. Lo Stato, che mi vende le sigarette, deve darmi anche un posto per fumarle. Singapore è più coerente. Arrivi all’aeroporto, vedono una stecca di sigarette e te la sequestrano. Mi è successo quando sono andata con Bjorn. Ma che fanno? Mi ero allarmata io, lui mi ha detto di non preoccuparmi che in albergo c’erano già. Io masticavo una gomma americana. Mi hanno fatto buttare pure quella, per paura che dopo averla masticata la sputassi in giro. Qui non vendono gomme americane, non vendono sigarette. Qui in Italia le vendono e io le fumo.”

Non è immediato immaginarti vivere a Singapore. “Io vivrei in Olanda, perché per essere arrestati devi farla davvero grossa. Lo spinello, l’eutanasia, l’aborto è tutto legale.

In America ci vivresti? “No. L’ho sempre vista come una vetrina di un supermercato dove tutto è luccicante, ma dove non comprerei niente. Lì conta solo l’apparire. Prima di domandarti come ti chiami ti chiedono dove abiti. Eppure sarebbe la terra della libertà. “Sono sempre stati liberi si, ma di mettere le bombe. Le Torri Gemelle le hanno buttate giù loro. Chi può mettere una bomba in America sono solo gli americani. Perché a Manhattan non vola una mosca. Se c’è qualcosa di sospetto dopo trenta secondi un Mig qualunque lo stende. Figurati se cinque aerei contemporaneamente possono essere dirottati, da Boston poi. Questi hanno pensato: Chi possiamo incolpare senza che ci mandi a quel paese? I Talebani, che le bombe non le sanno mettere perché i due Buddha che volevano tirare giù ancora sono mezzi in piedi. Quelli hanno saputo dopo una settimana che avevano messo le bombe. E poi come si fa a non trovare Bin Laden che è alto due metri?. Lui è l’eroe indiscusso della Cia. E’ supercoccolato dall’America.

Un’occasione per dubitare dell’America. Come quel rossetto che i vicini hanno portato a Loredana.

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